Carta d’intenti

Prima di ogni altra considerazione è necessario tracciare un bilancio di quello che è stato il percorso compiuto negli ultimi anni dalle forze politiche, sindacali e di movimento riconducibili alla sinistra radicale e dai gruppi che si richiamano al marxismo. Di seguito tracciamo pertanto un primo bilancio sintetico, senza alcuna pretesa di esaustività, a partire dalla consapevolezza che senza un bilancio realistico e un’analisi efficace della fase storica attuale sia impossibile attivare un progetto politico che possa veramente venire incontro alle esigenze dei lavoratori, delle lavoratrici, degli oppressi.

L’attacco del capitalismo su scala mondiale

Negli ultimi anni il mondo del lavoro e i diritti hanno subito un attacco violento che ha portato all’erosione delle conquiste ottenute, in un quadro economico e politico diverso, nella fase storica precedente e a un pauroso arretramento delle condizioni materiali delle persone a qualsiasi coordinata geografica.

In qualunque parte del mondo, Asia, Africa, Stati Uniti, Sud America, Europa, nei vari Stati capitalistici, governi di diversi colori hanno condotto violenti affondi contro le masse popolari per conto dei poteri economicamente forti (banche e grandi imprese).

Limitandoci al nostro continente, le politiche antioperaie hanno colpito tanto nei Paesi capofila dell’Ue, come la Francia, quanto nei Paesi economicamente più deboli, ad esempio la Grecia, ridotti praticamente al ruolo di semicolonie.

Uno sguardo all’Italia: i governi al servizio del capitale e il ruolo dei sindacati confederali

Soffermandoci sull’Italia, i principali promotori di questo attacco, in perfetta continuità fra loro, sono stati in questi anni il centrodestra, fino a ieri raccolto attorno alla figura di Silvio Berlusconi, e il Partito democratico, una forza liberale a tutti gli effetti nonostante si sia presentata come forza di “sinistra”, da sempre punto di riferimento della grande borghesia italiana e che negli ultimi anni, sotto la guida di Matteo Renzi, ha attaccato pesantemente il mondo del lavoro (col Jobs act) e la scuola pubblica (con la riforma della “buona scuola”), e ha promosso politiche xenofobe e disumane in tema di immigrazione.

Enormi responsabilità vanno anche attribuite ai grandi sindacati concertativi, che nel complesso hanno tenuto un atteggiamento collaborazionista, limitandosi al massimo a proteste verbali e a sciopericchi coreografici una tantum, avendo avuto chiaramente come obiettivo il mantenimento dei propri apparati, coi relativi privilegi, piuttosto che la lotta in difesa dei lavoratori.

Il disastro della sinistra governista

Un ruolo parimenti nefasto è stato svolto dalla sinistra politica, che si è adattata al sistema economico vigente ponendosi come unico obiettivo l’ingresso nelle istituzioni borghesi. Queste politiche, con tanto di esperienze di governo a braccetto coi partiti liberali sia a livello locale come a livello nazionale, e quindi di corresponsabilità nelle politiche di lacrime e sangue promosse da quei governi, hanno contribuito a bruciare un’enorme quantità di risorse militanti e ad allontanare larghi settori operai e popolari dalla sinistra, accompagnandoli fra le braccia della destra.

Si sono sostenuti governi al servizio della Troika, come quello di Tsipras in Grecia, governi nazionalisti borghesi, come quelli di Maduro e Morales, e persino governi genocidi, come quello di Assad in Siria, rimuovendo totalmente l’analisi di classe, tradendo completamente le esigenze di lavoratrici e lavoratori.

Queste operazioni gravissime sono state per lo più giustificate sulla base della “teoria” per cui sarebbe possibile “influenzare” da sinistra i governi borghesi in funzione degli interessi delle masse oppresse, una “teoria”  che è stata sistematicamente smentita dai fatti, i quali hanno mostrato al contrario come le “sinistre” siano state, loro sì, influenzate e addirittura parte di politiche antipopolari che hanno colpito il mondo del lavoro, sanità e scuola pubbliche, studenti, ambiente, aprendo la strada in Italia allo sviluppo di grillismo e leghismo. Si tratta peraltro di una “teoria” che i dirigenti dei gruppi di sinistra, incapaci di fare un bilancio, o semplicemente disinteressati a farlo, continuano tuttora a rivendicare, sebbene si tratti di un approccio che rinuncia alla scientificità nella misura in cui dimentica che lo Stato, e con esso tutte le altre sovrastrutture, politiche e non, sono inevitabilmente al servizio delle classi dominanti.

Il risultato è che oggi la sinistra politica è praticamente sparita dalle poche lotte esistenti nel nostro Paese e persino sul piano elettorale, cioè il piano su cui purtuttavia ha investito gran parte delle sue risorse, come dimostrano le percentuali minime di consenso ottenute alle ultime elezioni politiche e amministrative dalle forze residue della sinistra socialdemocratica.

Autoreferenzialità dei sindacati conflittuali e limiti della sinistra movimentista

La sinistra politica e sindacale, svolgendo un ruolo di estintore, ha contribuito ad anestetizzare il conflitto sociale e a canalizzare il diffuso malcontento nei binari morti istituzionali, mentre la condotta dei sindacati conflittuali, spesso verticistica e autoreferenziale, nonostante il lodevole impegno di parecchi attivisti di base e alcune importanti battaglie a livello locale, nel complesso non è certo andata in direzione della costruzione dell’unità delle lotte, cioè di quello che realmente servirebbe per contrastare il violento attacco al mondo del lavoro e ai diritti promosso dalle classi dominanti.

L’insieme dei suddetti fattori ha fatto sì che in questi anni in Italia le lotte siano state sporadiche, atomizzate e spesso autoreferenziali, e che non si siano sviluppate imponenti mobilitazioni di massa come avvenuto in altri Paesi, ad esempio in Francia contro la Loi travail.

Una deriva analoga ha caratterizzato anche alcuni settori della sinistra di movimento che, sebbene abbiano provato a promuovere importanti battaglie a livello locale contro le politiche militariste, imperialiste, ambientaliste, hanno finito poi per incanalarsi sulle vie istituzionali, prestando talvolta il fianco anche alle forze reazionarie.

Il fallimento delle sette (autoproclamatesi) “rivoluzionarie”

Se ci soffermiamo anche sui gruppi che si definiscono rivoluzionari, non possiamo fare a meno di registrare un bilancio fallimentare. Certo, non possiamo fare di tutta l’erba un fascio, per cui è giusto dire che si tratta di gruppi che, al contrario di altri, non si sono compromessi con le politiche filopadronali e che, al contrario, hanno cercato, almeno a parole, di contrastarle. Tuttavia, questi gruppi non sono riusciti, e non solo per ragioni di carattere oggettivo, a raggiungere l’obiettivo sbandierato di aggregare le forze migliori intorno ad un embrione di organizzazione rivoluzionaria, e nella migliore delle ipotesi non sono riusciti ad andare oltre la mera testimonianza. Lungi dal crescere e rafforzarsi, negli anni hanno conosciuto un vistoso arretramento a livello numerico e in parecchi casi anche sul piano delle posizioni e delle pratiche politiche espresse. Il risultato è che questi vari micropartiti, perennemente in guerra fra loro, si presentano sempre più come sette autocentrate staccate dalla realtà della lotta di classe, lontane dai lavoratori, ormai ai minimi termini, con un corpo militante ridotto a poche unità o al massimo, in qualche caso, a qualche decina di iscritti.

Costruire un’opposizione sociale e di classe all’attuale governo M5s-Lega

La crisi e la frantumazione della sinistra, dovute essenzialmente alle politiche precedentemente ricordate, hanno favorito in questi anni il rafforzamento delle destre xenofobe, come la Lega, che oggi ha sottratto a Berlusconi la leadership nel centrodestra, e di forze populiste reazionarie funzionali al sistema, come il Movimento 5 stelle, che sono riuscite a capitalizzare il diffuso malcontento popolare parlando alla pancia delle persone. In un quadro politico accompagnato dialetticamente dal dilagare nella società delle pulsioni razziste, maschiliste, omofobe, alimentate strumentalmente dalle forze di sistema. Risulta oggi necessario, pertanto, lavorare alla costruzione di un’opposizione sociale e di classe all’attuale governo a trazione Lega-M5s, che in poco tempo ha già mostrato pienamente, come ci pareva ampiamente prevedibile, il suo volto reazionario, rendendosi in primo luogo responsabile di politiche criminali e disumane in merito alla questione relativa ai flussi migratori, proseguendo ed inasprendo quanto iniziato dal Pd con Minniti. Tra l’altro, emerge sempre più chiaramente la natura populista delle proposte pentastellate sul tema dell’occupazione, che rispetto al conflitto fra lavoro e capitale si muovono senza dubbio in direzione di quest’ultimo, non osando peraltro mettere in discussione le misure antipopolari poste in atto dai governi precedenti, a partire dal jobs act e dalla cancellazione dell’articolo 18 sul tema del lavoro.

Con proposte fiscali che eliminano totalmente i principi di equità e proporzionalità, attraverso l’idea di una flat tax che riduce i contributi dei più ricchi, colpendo le fasce più deboli della popolazione. Ed infine l’appoggio a Tav e Tap dal punto di vista ambientale.

La necessità di portare avanti un progetto politico alternativo

Riteniamo quanto mai necessario continuare a portare avanti il nostro impegno politico. Alcuni di noi hanno alle spalle esperienze di militanza all’interno di organizzazioni politiche e/o sindacali della sinistra di classe per cui, pur avendo promosso delle battaglie all’interno di esse per contrastare le pratiche nefaste già evidenziate, non intendono sottrarsi alla necessità di un bilancio autocritico della propria esperienza politica precedente, che consenta di individuare con maggiore chiarezza eventuali errori commessi al fine di evitare di ripeterli nuovamente.

Continuiamo oggi il nostro impegno avviando un nuovo percorso politico che si ponga intanto l’obiettivo di favorire il processo di aggregazione dei compagni che sono usciti delusi e sconcertati dai vari gruppi e partiti autocentrati della sinistra radicale, magari autoproclamatisi “rivoluzionari”, dei compagni che sono tornati a casa amareggiati o che comunque si guardano attorno senza ancora scorgere un soggetto politico funzionale agli interessi delle lavoratrici, dei lavoratori, degli oppressi.

Avviamo un percorso di aggregazione finalizzato a unire i militanti che non si rassegnano alla barbarie del sistema capitalista, che vogliono far tesoro delle lezioni della storia del movimento operaio e della cassetta degli attrezzi marxista, che intendono lavorare alla costruzione del progetto politico necessario alle masse oppresse, riconoscendo che – al di là della pluralità di sigle che pur rivendicano la rivoluzione e la lotta per il socialismo – ad oggi in effetti non esiste un simile strumento politico che sia coerente nella linea e realmente fondato sul centralismo democratico.

Vogliamo porre le basi di un progetto politico che fuoriesca dai recinti localistici e autoreferenziali, che rifugga dalle logiche elettoralistiche tipiche della sinistra di sistema (aventi come obiettivo le poltrone e non la propaganda di un progetto alternativo) e nel contempo da settarismi e autoproclamazioni, che parta dalle lotte nei territori e dalla necessità di unirle da una prospettiva di classe.

Fare tesoro degli errori del passato

Avendo, a differenza di altri, il senso della realtà e dell’enormità del compito che ci attende, non abbiamo la presunzione oggi di lanciare la costituzione dell’ennesimo piccolo partito, né vogliamo invitare i compagni a entrare in un soggetto preconfezionato. Non lanciamo un contenitore precostituito ma intendiamo partire dalle assemblee nei territori per costruire assieme a chi ci sta il suddetto progetto, che sappia avvalersi delle esperienze, diverse ma tutte quante preziose, maturate dai compagni negli anni, partendo dalle lotte e dalle esigenze immediate dei lavoratori, delle lavoratrici, degli ultimi, tenendo fermi alcuni assi imprescindibili come il rifiuto del capitalismo, del razzismo, del fascismo, del sessismo, un progetto che si ponga l’obiettivo del rovesciamento del capitalismo e l’orizzonte ultimo di una società liberata da ogni forma di sfruttamento e oppressione.

Il progetto che perseguiamo dovrà rifuggire da quelli che a nostro avviso sono stati i mali che hanno contraddistinto i gruppi cui in precedenza si è fatto riferimento: al centralismo burocratico e al democraticismo parolaio contrapponiamo il centralismo democratico; al settarismo e alla presunzione dell’infallibilità il dialogo aperto e costruttivo nel rispetto degli interlocutori, fermo restando l’imprescindibilità dei paletti precedentemente indicati; alla vita meramente virtuale l’intervento diretto nelle lotte sul territorio e il lavoro costantemente rivolto al loro collegamento; al culto della teoria o del movimento fini a se stessi il lavoro di formazione collettivo intimamente collegato, in un reciproco alimentarsi, alla pratica; al culto dei leader e al paternalismo il rispetto fraterno per tutti i compagni di lotta e la loro valorizzazione.

Tutto questo senza perdere mai di vista la necessità di contribuire alla costruzione di quell’organizzazione politica, da sviluppare su base nazionale e internazionale, indispensabile ai lavoratori nella lotta contro il capitalismo. Un obiettivo che, ne siamo certi, sarà raggiunto attraverso un processo di fusioni e di aggregazioni, cui vogliamo dare il nostro contributo, e non certo perché deciso a tavolino in barba ai principi che su abbiamo richiamato. L’organizzazione alla cui costruzione vogliamo contribuire dovrà  fondarsi sull’autofinanziamento, cioè sul contributo economico dei propri militanti, sulla base delle loro possibilità individuali, garanzia ulteriore affinché questo progetto resti libero dai condizionamenti e dalle pressioni del sistema.

Superiamo le divisioni che non hanno motivo di essere, uniamoci contro il capitalismo!

Vogliamo continuare a impegnarci quotidianamente nella lotta contro il razzismo, a fianco dei fratelli immigrati, nella lotta contro il sessismo, la violenza sulle donne, l’omofobia e contro ogni forma di discriminazione. Vogliamo continuare a batterci in difesa dell’ambiente, della scuola e della sanità pubbliche, vogliamo lottare a fianco degli ultimi, dei disoccupati, dei senza tetto, delle persone disabili, di tutte le persone marginalizzate, dimenticate dalle istituzioni, abbandonate da un sistema sanitario pubblico al tracollo. Vogliamo porre in primo piano la battaglia fondamentale per il lavoro, contro gli abusi e le prepotenze dei padroni, scavalcando le burocrazie sindacali che tradiscono. Riteniamo essenziale lavorare alla costruzione di comitati dei lavoratori e degli studenti nel vivo delle lotte e al loro collegamento costante, cioè a qualcosa di radicalmente diverso da “fronti” posticci che si limitano agli slogan e all’esistenza virtuale.

Ovviamente, non intendiamo fare delle lotte immediate il nostro orizzonte ultimo, né vogliamo limitarci ad anelare l’obiettivo strategico rimanendo in attesa messianica e assumendo il mero ruolo di testimonianza, alla stregua di alcune sette avulse dalla realtà concreta. Quello che intendiamo porre in essere è un intervento politico che partendo dalle lotte concrete e dai bisogni più urgenti degli oppressi sappia costruire il ponte fra le esigenze immediate e la comprensione della necessità della costruzione di un sistema economico alternativo, finalmente libero da ogni forma di sfruttamento e oppressione, attraverso un piano di rivendicazioni transitorie che ne costituiscano i solidi pilastri.

A nostro avviso il capitalismo non è l’orizzonte ultimo, e senza una drastica inversione di marcia l’umanità sprofonderà sempre di più nella barbarie. Un’alternativa di società è possibile, ed è quella per cui lavoriamo: una società fondata su basi socialiste, in cui governeranno le lavoratrici e i lavoratori nell’interesse collettivo, nella quale le istituzioni borghesi saranno sostituite da organismi consiliari, realmente democratici, espressione viva e diretta delle masse popolari. Organismi che oltre a prefigurare il futuro assetto della società cui aspiriamo costituiscono – come insegna la storia – la condizione necessaria affinché quella società socialista possa realmente affermarsi: e dunque in quella direzione, nella costruzione di strumenti realmente democratici al servizio degli oppressi, deve orientarsi lo sforzo quotidiano dei militanti, a partire dalle battaglie di oggi nei sindacati, nei luoghi di lavoro, nei movimenti.

Su queste basi, chiamiamo le compagne e i compagni ad avviare un confronto sereno e sincero con noi, per superare insieme quelle divisioni che non hanno motivo di essere, per unirci attorno a un progetto chiaro, al progetto che serve per provare a invertire la rotta.

per l'unità delle lotte